Intervento del Presidente Nazionale dell’A.P.I.CI
Salve a tutti sono Riccardo
Nucci, sono lucchese e sono il presidente nazionale dell’APICI Associazioni
Provinciali Invalidi Civili e Cittadini Anziani.
Voglio iniziare il mio
intervento dando alcune informazioni sulla nostra organizzazione, poiché molti
di voi non ci conoscono o ci conoscono marginalmente.
L’APICI nasce nel 1996, si
costituisce in Padova presso il notaio Doria, ma mette il suo seme proprio
nella nostra provincia, a Lucca.
Fin dalla nostra costituzione
ci siamo organizzati per essere un’associazione più vicina ai bisogni dei
cittadini.
Anche la scelta del nome in
“associazioni provinciali” fu un modo per rimarcare l’impegno propositivo dei
costitutori, superando l’allora presente di una realtà d’organizzazioni del
settore ben costituite a livello nazionale, ma poco inclini ad ascoltare i
bisogni nascenti dai relativi territori ed organizzare attività per la
risoluzione degli stessi.
Oggi l’APICI è
un’associazione nazionale di promozione sociale riconosciuta dal Ministero del
Lavoro e delle Politiche sociali ed iscritta nell’apposito registro nazionale
presso il Ministero.
E’ presente sul territorio
nazionale con 26 comitati provinciali e 71 delegazioni territoriali di
rappresentanza.
Siamo presenti in Toscana
con propri uffici aperti al pubblico, in tutte le province con l’esclusione
della provincia di Grosseto.
L’APICI opera su territorio
con attività tutelari in ambito normativo e di settore e si offre come guida ai
percorsi amministrativi per l’ottenimento dei diritti benefici.
Come vi ho detto l’ascolto
del bisogno, ha portato l’associazione ha sviluppare attività socio
assistenziali per servizi alla persona, realizzando interventi di sostegno alla
mobilità, alla domiciliarietà, con l’obiettivo primario l’acquisizione ed il
mantenimento della vita autonoma ed indipendente e il sostegno e lo sviluppo
delle risorse dei cittadini diversamente abili.
Voglio cogliere questa
occasione, per promuovere la riflessione su alcuni aspetti salienti relativi a
concetti chiave presenti nelle disposizioni di legge e nell’evoluzione
culturale sui temi della disabilità.
In particolare la mia
attenzione vuole focalizzarsi sulla esigibilità del diritto quale interfaccia
del progetto alla persona, della vita indipendente, delle responsabilità
familiari e del dopo di noi in rapporto alla nostra osservazione in ambito
operativo e quotidiano.
E’ bene subito rilevare che,
la condizione di bisogno che si lega al progetto alla persona, conseguentemente
alla vita indipendente o al sostegno delle reti familiari, è essenzialmente
individualizzata e contestualizzata.
La condizione di bisogno
richiede pertanto, delle risorse flessibili variegate, lontane da macro sistemi
assistenziali, che tengono a massificare la persona nei suoi bisogni.
La nostra esperienza ci
conferma il contrario e cioè che il progetto di intervento è spesso incasellato
in percorsi istituzionalizzati che non tengono conto elementi fondamentali: la
natura della disabilità (fisica, sensoriale, intellettiva), il contesto di vita
(condizione abitativa, familiare, relazionale, lavorativa, formativa) e non
ultima la condizione personale delle aspettative.
Un’attenta analisi di questi
parametri rispetto a nuovi paradigmi sociali, la qualità della vita ed il bene
- essere individuale, comporta pertanto una valutazione ed utilizzazione
di tutte le risorse territoriali rispetto ad una metodologia operativa agita
nella rispondenza al bisogno individualizzato.
Ciò richiama il concetto
dell’accreditamento ovvero la definizione del rapporto fra soggetto erogatore e
fruitore, ma non voglio riferirmi a quello istituzionale delle
convenzioni o dei soli protocolli formali, bensì all’accreditamento che nasce e
si origina dalla qualità partecipata, costruita dal disabile e dalle proprie
reti parentali quando si sceglie una risorsa soggettiva per realizzare il
proprio progetto di vita, garantendo al disabile il massimo livello di
partecipazione e coinvolgimento nelle scelte.
La legge 328/2000 ha profondamente innovato il sistema dei servizi sociali in Italia, ponendo come orizzonte di fondo l’effettività e la conseguibilità dei risultati qualitativi, di soddisfacimento personale e sociale, che la prestazione deve essere in grado di assicurare.
Uno dei pilastri della nuova
disciplina consiste nella flessibilità e nella diversificazione degli strumenti
con i quali i comuni assicurano i servizi essenziali ai propri cittadini in
base al principio della “ pluralità di offerta”, garantendo loro il diritto di
scelta fra gli stessi servizi.
La costruzione delle
opportunità dovrebbe contraddistinguere il welfare comunitario, e i piani di
zona con la loro portata progettuale ed innovativa, ne dovrebbero rappresentare
l’essenza.
Troppo spesso, invece,
finiscono per riproporre risposte sociali abbastanza escludenti.
E non perché lo strumento
individuato dalla 328 non sia inefficace, tutt’altro, ma perché in alcune zone
non si è voluto applicare o si è voluto falsamente applicare, evitando di
coinvolgere concretamente i cittadini.
Anche la Toscana, regione
che ha precorso i tempi nell’attuazione della legge, ha dei fiori all’occhiello
e delle pecore nere che minano fortemente la partecipazione attiva alla
programmazione dei servizi.
Abbiamo Zone socio sanitarie
che hanno coinvolto i cittadini fattivamente le cui segreterie tecniche si sono
date un enorme da fare, come la vicina zona pisana, e segreterie tecniche
fantasma che hanno autoprogrammato le attività seguendo non si sa quale linea
guida di indirizzo e con quale partecipazione.
Colgo
l’occasione di rimarcare all’assessore alle politiche sociali della Provincia
di Lucca “Pellegrini”, la richiesta fatta anche da altre associazioni lucchesi
in un recente incontro, di impegnarsi nel ruolo che le province hanno nel
processo di riforma, e che assume una rilevanza del tutto particolare.
Ad
esse spetta, infatti, uno specifico ruolo di promozione, informazione e
supporto informativo e tecnico nei confronti dei soggetti impegnati nella
definizione dei Piani di zona da una parte, e di raccordo e sintesi nei
confronti della Regione dall’altra, per permettere di ricostruire a livello
provinciale e regionale il quadro complessivo.
Il ruolo
delle Province come delineato permetterà inoltre di integrare, nell’ambito dei
Piani di zona, gli interventi ed i programmi sui quali le Province svolgono già
uno specifico ruolo, quali ad esempio quelli riguardanti i minori (legge n.
285/97) e l’immigrazione (d.lgs. n. 286/98).
Certamente la partecipazione
attiva dei cittadini è fondamentale per un autopromozione del proprio progetto
di vita, ma va ricordato l’impatto sulla condizione del disabile della
definizione dell’istituto sulla situazione economica (ISEE), che mina
fortemente l’accesso ai servizi agevolati ed alla esigibilità del diritto ad
una vita autonoma.
Mi voglio soffermare inoltre
segnalando che ancor oggi molti comuni, inseriscono l’indennità
d’accompagnamento nella situazione reddituale del richiedente per la
valutazione dell’accesso ai servizi.
Questa è roba dell’altro secolo.
Tutte le azioni quotidiane
possono risultare difficili da compiere quando gli ambienti nei quali si vive o
gli oggetti che si debbono usare non sono adeguati alle possibilità di tutti,
quando cioè essi non sono stati studiati in relazione alle diverse possibilità
psichiche, fisiche e sensoriali.
Come sappiamo le barriere
architettoniche variano in riferimento alle caratteristiche personali di
ciascuno.
È ovvio che un oggetto posto
in alto può creare problemi per una persona di bassa statura mentre non lo è
per una persona alta, e viceversa per un oggetto posto in basso.
Una stessa persona, poi, nel
corso della vita attraversa cambiamenti nelle condizioni fisiche dovute al suo
naturale sviluppo (da bambino ad adulto e poi anziano) o a cause più o meno
accidentali che possono sopravvenire come fattori momentanei come la
stanchezza, o in modo traumatizzante come un infortunio.
E’ dunque la progettazione,
che deve tenere conto di tutte queste situazioni per non escludere nessuno
dall'uso di un oggetto o di un ambiente.
Per ottenere ciò non è
sufficiente fare una "media" tra tutte le diverse esigenze, perché si
rischierebbe di non soddisfarne realmente nessuna; occorre invece considerare
quali sono le vere richieste irrinunciabili per offrire contemporaneamente una
risposta adeguata a tutte.
Pertanto, affinché non si
creino situazioni di emarginazione o pericolo è necessario allora che la
progettazione di strutture o di oggetti si basi sulla conoscenza reale delle
esigenze psichiche, fisiche e sensoriali della persona, in tutte le sue diverse
età e condizioni.
Se si imposta così il problema
dell'eliminazione delle barriere architettoniche, si può affermare che una
progettazione corretta fin dall’inizio non richiede costi aggiuntivi
nella costruzione, anche in considerazione del fatto che non richiederà
successivamente dispendiosi interventi di adattamento.
Questo stesso motivo
sottolinea la necessità di intervenire anche sulle strutture già esistenti,
modificandole secondo i criteri di antinfortunistica e di eliminazione delle
barriere architettoniche: quest'obiettivo è un "momento" non unico,
né l'ultimo della lotta all'emarginazione.
Il problema dell'inserimento
sociale, infatti, non finisce con la possibilità di autonomo uso delle
strutture, ma anzi inizia proprio quando ciò si è verificato.
L’impegno deve essere
focalizzato senz’altro a
determinare l'applicazione delle norme esistenti in tema di non costruzione
ed eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici e negli spazi ad
uso pubblico e privato aperto al pubblico, obbligando l'inserimento di tali
norme nei regolamenti igienico‑edilizie comunali, incentivando, con
l’erogazione di appositi finanziamenti, l’attuazione dei necessari interventi
di adeguamento.
Voglio concludere con una
problematica che la nostra associazione ha sempre cercato di sostenere,
tamponando ad una mancanza di molti enti locali, il diritto alla libera
mobilità.
La legislazione nazionale
vigente in tema di barriere architettoniche prevede, fin dal lontano 1971, che
TUTTI i cittadini siano messi in grado di potersi spostare agevolmente sul
territorio e di usare qualsiasi porzione di spazio edificato o mezzo di
trasporto senza incontrare ostacoli insuperabili al massimo livello di
autonomia individuale, indipendentemente dalla specifica condizione fisica,
sensoriale o mentale.
Nella realtà dei fatti, la
situazione è ben diversa, nonostante che nuovi e significativi atti legislativi
si siano aggiunti anche negli ultimi anni, sia a livello nazionale, sia a
livello regionale, gli enti pubblici si stanno adeguando ma in maniera
scoordinata.
Quando i mezzi pubblici sono
attrezzati, non ci sono gli stalli accessibili per utilizzarli o viceversa.
Ma l’esperienza ci insegna che
per garantire un concreto diritto alla mobilità e di conseguenza una concreta
rimozione delle barriere, è necessario mettere in atto provvedimenti
differenziati che abbiano come obiettivo il rendere possibile alle persone
disabili lo spostarsi effettivamente ed agevolmente, potendo disporre di una
pluralità di soluzioni ed alternative.
In tale modo diventa possibile
consentire la scelta del sistema di trasporto e le modalità delle operazioni di
spostamento in rapporto alle caratteristiche della persona, all'interazione
ecologico -funzionale con l'ambiente ed alla gravità della disabilità individuale.
Pertanto ben venga il mezzo
pubblico accessibile che, oltre a migliorare e velocizzare la qualità del
trasporto per tutti, consente un'agevole spostamento agli anziani, bambini e
persone con handicap sensoriali e motori medio - lievi, ma attiviamo servizi
alternativi anche individualizzati con pulmini debitamente attrezzati e
personale debitamente formato per disabilità gravi e gravissime.
Non esiste, infatti, un solo
sistema di trasporto che sia in grado di rispondere bene ad ogni tipo di
esigenza.
E’ pertanto importante che le
Regioni, si promuovano a legiferare e non solo indirizzare gli Enti locali ad
una vera promozione di servizi per una vera integrazione.
Concludendo, due parole
sull’anno europeo dei disabili.
Questa iniziativa è servita
moltissimo se non per altro per accendere l’interesse collettivo ai problemi di
molti cittadini.
Ma ora dipende da noi che
l’anno europeo dei disabili diventi gli anni europei dei disabili, dipende da
noi, che non si parli più di costruire il mondo assieme a loro, perché
fin tanto che ci sarà un loro ci sarà un noi, e se ci sarà un noi ed un loro,
vuol dire che non abbiamo capito nulla.
Grazie a tutti e buon
lavoro.