Almeno
per una volta voglio fare delle riflessioni sulla “progettazione accessibile”,
senza andare nell’ambito strettamente tecnico, ma partendo da alcune
considerazioni che riguardano il progettare per “un’utenza ampliata”.
Considerare “l’utenza ampliata” significa superare
l’idea astratta di standard, per prendere invece in esame parametri
dimensionali ed esigenze dell’utenza reale, quella cioè composta da uomini,
donne, bambini, anziani, disabili e non.
Il
concetto “d’utenza ampliata” ha inizio proprio dal momento che consideriamo il
ciclo vitale e naturale d’ogni individuo, dove la casa e gli oggetti che lo
circondano, sono progettati in modo che si possono fruire anche con capacità
ridotte e con tutte le limitazioni che accompagnano la disabilità o l’avvento
della vecchiaia.
Ciò
significa altresì, avere un approccio più aperto, e più dinamico al progetto.
Un approccio che cerca di tener conto del maggior numero possibile di persone,
delle loro caratteristiche, esigenze e bisogni.
Fare
progetti per rendere autonome persone che non lo sono, non è solo
l’enunciazione di un principio di uguaglianza, ma è un concreto confrontarsi
con le mille difficoltà che suscita un’utenza reale estremamente differenziata.
L’aggettivo
“ampliata” è indice di un atteggiamento, di una direzione verso cui tendere per
allargare sempre più il numero delle persone che possono trovare soddisfazione
nel progetto.
Il
rapporto tra utenza, disabile e società è solitamente considerato come un
processo di integrazione sociale, mentre - a mio avviso - dovrebbe essere
considerato come la legittima interazione di una persona con il proprio
ambiente.
Il design correttamente usato deve dar luogo
ad oggetti esteticamente validi e utilizzabili dalla maggior parte delle
persone, dall’utenza ampliata. E’ chiaro che, se per i soggetti colpiti da
disabilità fisiche o psico - sensoriali gravi saranno sempre indispensabili
oggetti e ausili specifici, progettati con criteri di corretto design, è
pur sempre possibile, adattando parametri più ampi ed approfonditi, elaborare
prodotti adatti alla maggior parte degli utilizzatori ed eliminare di
conseguenza la barriera/differenza che si genera a livello psicologico fra gli
individui quando una parte di essi non può, di fatto, avere gli stessi
comportamenti sociali degli altri.
Non sempre è indispensabile prevedere modifiche
radicali dei prodotti, ma è sufficiente usando il “buon senso”, progettare per
tutti con soluzioni che facilitino chi non ha normali capacità fisiche.
Quindi
progettare per un’utenza ampliata, vuol dire progettare considerando le
particolari necessità, tenendo sempre in considerazione i bisogni e le esigenze
di tutti i possibili utenti; da una semplice maniglia di una porta alla
progettazione di una città. Perciò, tutti gli oggetti, se progettati tenendo
conto di alcuni parametri di base possono diventare non mezzi per discriminare
ma per integrare.
I
punti base primari di un progetto che si sviluppi in una logica dell’utenza
ampliata sono:
Ø AUTONOMIA: è necessario
assicurare a tutti i livelli, la possibilità di agire, in funzione delle
caratteristiche dell’utenza; in modo autonomo, per dare a tutti la possibilità
di esprimere le proprie capacità e potenzialità.
Ø COMPATIBILITA’: con le
caratteristiche dell’utente, a livello dimensionale, sensoriale, percettivo,
prestazionale, comportamentale, in relazione non solo alle qualità fisiche
(peso, forma, materiali, superfici); ma anche al suo contenuto informativo e
semantico.
Ø ADATTABILITA’: è la
possibilità che l’oggetto e l’ambiente possano essere adattati (in vari modi,
anche con aggiunte specifiche, se necessario) alle esigenze dell’utente che
variano a secondo dei soggetti, in base alle caratteristiche personali, o, nel
tempo, in seguito ai cambiamenti che possono sopraggiungere.
Ø NORMALITA’ D’IMMAGINE:
superando la logica del sistema speciale, cioè la soluzione corretta sarà
quella che risulta funzionale e che rappresenta un aspetto non solo estetico,
d’accuratezza del progetto, ma anche di tipo psicologico e sociologico portando
al superamento di situazioni discriminanti e di rifiuto.
Ø SEMPLICITA’: più un oggetto
è semplice (concettualmente nell’uso, nella percezione) e maggiore è l’utenza
in grado di fruirne. Specie per gli oggetti tecnologici, sono da preferire le
soluzioni essenziali, che assicurino un facile controllo del loro
funzionamento, evitando stati di disagio che possono arrivare al netto rifiuto
dell’oggetto.
Ø AFFIDABILITA’: è la garanzia
di durata nel tempo e di sicurezza di funzionamento, specie quando l’utente
delega all’oggetto lo svolgimento di una funzioni a lui importanti.
Ø SICUREZZA: un rapporto
oggetto/spazio progettato per un’utenza ampliata deve essere sicuro. La
sicurezza, attiva e passiva, è una condizione fondamentale per eliminare le
cause d’incidenti, e quindi, di disabilità. La sicurezza, inoltre genera uno
stato di tranquillità psicologica che favorisce la fruizione da parte
dell’utente.
L’architetto
deve trovare un’occasione straordinaria per esaltare i valori di una cultura
umanistica e non solo tecnica, e quindi è necessario operare un lento ma
indispensabile cambiamento culturale anche nel mondo del progetto, cercando di
pensare in modo accessibile prima di progettare. Ciò comporta un cambiamento
culturale non più specialistico, legato al soddisfacimento di meri requisiti
tecnici disattesi, perché non compresi, ma a una conoscenza dell’uomo nella sua
interezza e nella sua complessità.
La
mia convinzione è che i temi riguardanti la fruibilità e accessibilità sia
urbana che privata, sono divenuti uno degli elementi su cui si valuta l’indice
di benessere che una città è più o meno in grado di offrire.
Tutti
i cittadini devono poter partecipare a pieno titolo a tutte le attività che
caratterizzano la società, quindi, questo significa poter accedere ai servizi
pubblici, all’istruzione e alla formazione, al mondo del lavoro.
Nella
Costituzione italiana, e in molte dichiarazioni di organi comunitari ed
internazionali e nelle diverse
normative di questi ultimi dieci anni queste enunciazioni sono fin troppo
chiare da un punto di vista teorico.
Il
DM 236 del 14 giugno 1989 per barriere
architettoniche si intendono:
-
gli ostacoli fisici che sono di disagio per la mobilità di chiunque e in
particolare di coloro che per qualsiasi causa hanno una capacità motoria
ridotta o impedita in forma permanente o temporanea;
-
gli ostacoli che limitano o impediscono a chiunque la comoda e sicura
utilizzazione di parti, attrezzature o componenti;
-
la mancanza di accorgimenti e segnalazioni che permettono l’orientamento e la
riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo o per chiunque e in
particolare per i non vedenti, per gli ipovedenti e per i sordi.
La
definizione di accessibilità per un edificio presuppone che il progettista
valuti che qualsiasi persona lo possa raggiungere, vi possa accedere e vi possa
muovere in sicurezza ed autonomia potendo fruire delle attrezzature presenti.
Il requisito dunque, si pone in maniera trasversale rispetto all’iter
progettuale per cui potrà essere soddisfatto soltanto se considerato dalle fasi
di studio di massima; fino a quelle dei dettagli di finiture e al tipo di
arredi scelti.
L’accessibilità
secondo la normativa si intende la possibilità anche da parte di persone con
ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale, di raggiungere l’edificio o le
sue singole unità immobiliari e ambientali, di entrarvi agevolmente e di fruire
di tutti gli spazi e attrezzature in condizione di adeguata sicurezza e
autonomia.
La
progettazione accessibile presuppone quindi, una visione multidisciplinare in
cui il limite diventa una sfida, un’occasione di stimolo per uno studio più
attento e approfondito, per proporre e inventare soluzioni, per sviluppare la
creatività e la fantasia non disgiunte da una certa sensibilità che tiene conto
dei delicati risvolti psicologici di ciò che si propone. Diventa quindi
un’occasione in cui il progettista è invitato a dare il meglio di se, in un
atteggiamento di continua ricerca, sperimentazione e verifica delle soluzioni.
I
criteri generali di progettazione prevedono tre livelli di qualità edilizia:
L’accessibilità
esprime il più alto livello in quanto ne consente la totale fruizione
nell’immediato.
La
visibilità rappresenta un livello di accessibilità limitato a una parte più o
meno estesa dell’edificio o delle unità immobiliari, che consente comunque ogni
tipo di relazione fondamentale anche alla persona con ridotta o impedita
capacità motoria o sensoriale.
L’adattabilità
rappresenta un livello ridotto di qualità, potenzialmente suscettibile di
trasformare in livello di accessibilità l’adattabilità e pertanto
un’accessibilità differita.
Prima
però di continuare su questo punto dell’accessibilità sembra a mio avviso
importante fare un breve cenno sulle norme più significative in materia di
accessibilità, fruibilità degli spazi, edifici e servizi.
Il DPR 384/1978 approvato dopo 7 anni dalla legge
118/71 e deriva da una proposta del Ministero dell’Interno concertata con altri
dicasteri (sanità, istruzione, lavoro, trasporto, turismo). Il DPR si applica
sia alle strutture pubbliche con particolare riguardo a quelle a carattere
collettivo – sociale, sia alle nuove costruzioni e quelle già esistenti nel
caso che quest’ultime siano sottoposte a ristrutturazione. Nel secondo e terzo
titolo presentano gli standard dimensionali richiesti a percorsi
pedonali, parcheggi, soste, accessi, piattaforme di distribuzione, scale rampe,
corridoi,porte, pavimenti, locali igienici, ascensori, apparecchi di comando e
segnalazioni. La legge che tratta delle tipologie abitative degli edifici
scolastici parlando di accessibilità. Il titolo quinto affronta l’ambito dei
trasporti pubblici urbani ed extra urbani su ruote e su binario dei servizi di
navigazione ecc…
La
legge 13/1989 rappresenta una svolta, poiché interviene sugli edifici privati e
sugli edifici di edilizia residenziale per favorire l’accessibilità delle
abitazioni da parte di portatori di handicap, prevedendo l’erogazione di
contributi per l’eliminazione di barriere nelle singole unità abitative.
La
legge 104/92 nota come legge quadro sull’handicap in molti articoli affronta il
problema dell’accessibilità e della mobilità delle persone disabili.
Il DPR 503 del 24 luglio 1996 viene emanato con
l’obiettivo principale di armonizzare gli standard degli edifici
pubblici, con quelli degli edifici privati regolati dal DM 236/89.
Un’ulteriore
considerazione riguarda lo stereotipo dell’individuo disabile, che viene spesso
visto unicamente come la persona su sedia a rotelle. Probabilmente è lo stesso
simbolo internazionale dell’accessibilità a generare l’equivoco, mentre si deve
considerare altre disabilità cioè anche quelle non visive (es. cardiopatici),
oppure può essere una disabilità temporanea includendo in questa condizione
almeno il 20% della popolazione.
Troppo
spesso l’accessibilità viene vista come una verifica a posteriori del progetto
e non come una parte integrante del processo edilizio.
Risulta
difficile pensare a un’evoluzione culturale senza un processo di adeguamento
dell’ambiente alle esigenze di persone con disabilità motorie, sensoriali ecc..
Quindi,
parliamo di eliminazione delle barriere architettoniche, in tutti quei casi, in
cui si interviene per correggere ciò che qualcun altro in precedenza ha pensato
e realizzato, e che non risulta più adatto alle mutate esigenze del fruitore;
invece si parla di progettazione accessibile quando nella redazione di un
progetto si applicano una serie di accorgimenti atti a garantire
l’accessibilità degli spazi che si andranno a realizzare per la più ampia fascia
di utenti possibili.
Il
versante dell’adattamento dell’ambiente alla persona attiene alla fasi di
modificazione degli spazi nei quali le persone svolgono le varie funzioni. Le
tipologie delle difficoltà che il cittadino con handicap incontrano nelle diverse situazioni
ambientali dipende in primo luogo dal tipo di handicap. Possiamo in modo molto
approssimativo raggruppare alcune patologie in gruppi con tipi di handicap
simili:
-
persone con impedita capacità di camminare;
-
persone con ridotta e limitata capacita di camminare;
-
non vedenti;
-
sordomuti;
-
persone con disabilità del braccio e della mano;
-
persone con proporzioni fisiche estreme (nanismo e gigantismo);
-
persone con ritardo mentale o disturbi psichici;
-
anziani, bambini.
Bisogna
quindi, effettuare prima della progettazione una vasta analisi circa le
seguenti domande:
-
Quali sono i fruitori del progetto
-
Come si muove l’utente finale e con quale ausilio o sistema di mobilità?
-
Quali sono i problemi che incontra l’utente nell’ambiente progettato e quali
sono le sue esigenze?
-
L’intervento a favore di un gruppo di portatori di handicap di mobilità
comporta problemi per un altro gruppo?
Risulta
evidente che il nodo centrale dell’accessibilità ruota intorno al problema di
definire strumenti di orientamento per il progetto, di trovare un metodo che
consenta di comparare soluzioni dismogenee, in risposta a questioni diverse,
anche in relazione al rapporto costi –benefici.
A tale proposito, nella consapevolezza, che non
esiste una soluzione standard, ma che questa deve venire valutata caso
per caso, calandola nel contesto specifico, e che è sempre possibile incorrere
nell’arbitrarietà, si è tentati di formulare una griglia multicriteriale che
aiuti a valutare l’impatto dell’opera di adeguamento sull’esistente.
Alcuni
di questi criteri sono in relazione con la fruibilità, altri riguardano
specificatamente la tutela del bene architettonico proponendo livelli di
valutazione.
Un
ipotesi di griglia che tenga conto della fruibilità deve tener conto
dell’utenza, della facilità di utilizzo, della manutenzione (in relazione al
tempo, ai costi, alla facilità, all’uso, all’ubicazione, ai materiali). Una
griglia che dovrebbe portare a un giudizio riassuntivo proprio in relazione
alla fruibilità. Se questa griglia viene algebrizzata sostituendo agli
aggettivi dei punteggi, si può ottenere un valore numerico che rappresenta la
soluzione o permette il confronto tra diverse soluzioni prospettate nell’ambito
di un progetto magari sulla diversità dei punteggi e dei pesi. L’obiettivo
potrebbe essere proprio quello di mettere a punto una procedura di confronto
tra progetti, che consente di esplicitare la molteplicità degli aspetti che
ciascuna soluzione progettuale coinvolge.
Il
problema non è soltanto quello di giungere alla valutazione aritmetica sicura,
(offerta ad esempio da una analisi costi benefici), quanto quello di far
emergere preliminarmente i rapporti, e le possibili convergenze, tra le diverse
posizioni.
Un
elemento da tenere in considerazione è il recupero e il riadattamento del
territorio costruito dove le azioni siano legate a un piano di interventi e non
sporadiche e non organizzate. Quindi, un piano di abbattimento delle barriere
che rappresenti uno strumento di programmazione degli interventi per l’ottenimento
e la progettazione accessibile previsto anche della 104/92.
Quando
parliamo di visitabilità urbana intendiamo la possibilità di raggiungere e di
stazionare in quelle porzioni o aree del territorio costruito nelle quali la
piena accessibilità è preclusa da cause imputabili alla conformazione
morfologica del luogo, ai limiti progettuali, dovuti ad aspetti tecnici e
storici di vincolo.
Le
soluzioni progettuali suggerite a
supporto del piano devono essere rispettose delle leggi vigenti e soprattutto
frutto di un insieme di valutazioni relative alla funzionalità dei percorsi, al
grado di attuabilità concreta ed alla compatibilità degli interventi.
Si
tratta quindi di fornire soluzioni appropriate alle esigenze dell’utenza,
talvolta tanto diverse tra loro, soluzioni a volte alternative che consentono
il raggiungimento del medesimo scopo.
Gli
obiettivi prioritari che occorre evidenziare nell’accessibilità urbana sono i
seguenti:
- elevare il confort dello spazio urbano per
tutti i cittadini eliminando o riducendo gli ostacoli, le barriere
architettoniche, le fonti di pericolo e le situazioni di affaticamento o di
disagio,
-
aumentare la quantità della vita degli spazi urbani,
-
rendere più concreto il concetto di uguaglianza,
-
potenziare l’autonomia personale.
-
l’attenzione alla diversità, all’accessibilità e alla fruibilità, in modo che
gli spazi aperti e gli edifici non siano preclusi a nessun cittadino,
-
rendere i cittadini socialmente attivi e favorisce la vita indipendente per i
cittadini più deboli della città,
-
prendere atto che l’invecchiamento della società è un processo dinamico
irreversibile e che per tanto i servizi, le abitazioni, il territorio con tutte
le sue infrastrutture che lo compongono si dovranno adattare e trasformare in funzione di nuove esigenze,
-
capacità di modificare l’ambiente per renderlo più umano, più aderente alle
esigenze di ciascun individuo, meno discriminante possibile, costituita da
cittadini consapevoli di una presenza, largamente rappresentata, di soggetti anziani
e portatori di differenti disabilità, con pari diritti che ripropone la
reciprocità del rispetto come base del rapporto umano.
Dott.ssa Pieretti Francesca