COMMISSIONE DI INDAGINE
 SULL’ESCLUSIONE SOCIALE
 
RAPPORTO SULLE POLITICHE

CONTRO LA POVERTÀ

E L’ESCLUSIONE SOCIALE

 

Anno 2003

 

 

Le politiche di contrasto della esclusione sociale

 

Nell’esaminare le politiche di contrasto all’esclusione sociale seguiremo un criterio espositivo legato al ciclo di vita delle persone piuttosto che ad una classificazione tipologica che pure utilizzeremo ogniqualvolta diventa necessaria. Verranno pertanto considerate nell’ordine:

Þ  le politiche di sostegno delle responsabilità familiari;

Þ  le politiche per l’istruzione;

Þ  le politiche del lavoro;

Þ  le politiche esplicitamente assistenziali a favore di coloro che, per ragioni transitorie o di lunga durata,  hanno ridotte capacità di lavoro e vivono a livelli economici di sussistenza;

Þ  le politiche previdenziali.

 

Per ciascuno di questi ambiti d’intervento politico - sociale è necessario  tener conto della situazione dei diversi interlocutori, a partire dalle loro caratteristiche anagrafiche.

La riduzione del rischio d’esclusione sociale dei minori passa in primo luogo attraverso le politiche per la famiglia, di natura monetaria e fiscale o sotto forma di servizi socio - educativi; ma passa anche, in via ordinaria, attraverso il sostegno al compimento degli studi di base, intervenendo sul fenomeno della dispersione scolastica che consiste in una situazione di difficoltà o di rallentamento della carriera, che si manifesta nei fenomeni della ripetenza e dell'abbandono. Un’istruzione qualitativamente deficitaria condanna le giovani generazioni a rimanere ai margini del mercato del lavoro, riproducendo le situazioni di svantaggio culturale e sociale delle famiglie di provenienza. In base all’indicatore primario usato in sede europea, i giovani tra i 18-24 anni con basso livello d’istruzione sono in Italia il 24,3% del totale; il tasso di rischio è perciò piuttosto elevato, anche se va segnalata la sua riduzione rispetto all’anno 2001 (26,4%).

A favore di chi è in età lavorativa (15-64 anni) contano invece le politiche di sviluppo dell’occupazione, che resta la via maestra dell’inclusione economica e sociale. Di tale sviluppo vi sono stati negli ultimi anni segnali incoraggianti,  ma il loro impatto sulla contrazione della povertà stenta a diventare evidente e stabile.

A favore di chi è anziano (65 anni e oltre) o comunque nell’impossibilità soggettiva di svolgere al meglio un’attività remunerativa (come nel caso dei disabili) contano le diverse forme di sostegno del tenore di vita, basati sia su trasferimenti monetari (pensioni di anzianità e vecchiaia o pensioni sociali) sia sul potenziamento dei servizi pubblici e privati di carattere sociale e sanitario; questo approccio è necessario soprattutto  per coloro che appartengono alla quarta età (75 anni e oltre) decisamente esposta al rischio di malattie invalidanti, che compromettono definitivamente l’autosufficienza. Tenuto conto che varie forme di vulnerabilità degli anziani (anche autosufficienti) provengono dalla solitudine (spesso correlata a depressione, isolamento, deperimento organico), risultano assai importanti le iniziative socio-ricreative e le iniziative di assistenza a domicilio.

 

 

 

Gli interventi a sostegno delle responsabilità familiari

 

Il libro bianco sul Welfare del febbraio 2003 pone al centro delle politiche sociali la famiglia considerata come protagonista essenziale delle dinamiche micro e macrosociali che incidono sulla crescita (o il declino) della coesione sociale. Questa enfasi sulla famiglia non trascura la centralità della persona in quanto titolare di diritti soggettivi incomprimibili, tiene però conto del fatto che ogni individuo cresce e si esprime all’interno di relazioni affettive e sociali primarie, che necessitano di essere tutelate proprio in vista del benessere dei singoli e della collettività. L’indebolimento delle relazioni familiari – che pure è una tendenza in atto – produce un oggettivo impoverimento di risorse educative di rilevante impatto negativo. Questo dato di fatto è particolarmente evidente se si pensa alla situazione dei minori, che per molti aspetti costituiscono la parte più debole della società. Le politiche sociali per la famiglia non possono però limitarsi alle forme d’intervento per le situazioni estreme (povertà, conflitti, violenze), debbono invece tendere, in via ordinaria, a facilitare la sua  costitutiva vocazione educativa che sta a fondamento della solidarietà tra le generazioni; il successo delle politiche economiche e sociali  dipende in larga misura dalla loro capacità di prevenire le fonti di disagio piuttosto che di riparare gli effetti. E’ dunque in questa prospettiva che vanno anzitutto verificate le politiche già avviate o in via di attuazione.

L'obiettivo complessivo del Libro bianco sul Welfare è di raddoppiare, entro 10 anni, le risorse destinate ai servizi alla persona, prevedendo incentivi alla formazione di nuove famiglie, maggiori deduzioni fiscali per le famiglie con figli, aiuti alle giovani coppie, la defiscalizzazione delle spese di accesso ai servizi del privato sociale ed un ulteriore sviluppo degli asili nido e di quelli aziendali, sostegni ai nuclei familiari con in casa persone non autosufficienti.

Il principale provvedimento a favore della famiglia, che il Governo ha approntato in questi anni, è la modifica della disciplina fiscale, avvenuta con le Finanziarie 2002 e 2003 e con la legge di riforma del sistema fiscale italiano (legge 7 aprile 2003, n. 80). I principi fiscali che hanno ispirato le politiche di sostegno per la famiglia, dapprima nelle due finanziarie e quindi nella legge delega sono stati:

1.           la progressiva sostituzione delle detrazioni d’imposta con le deduzioni dal reddito;

2.           l’introduzione di un livello minimo di reddito escluso dall’imposizione, in funzione della soglia di povertà (no tax area), da quantificare nei decreti attuativi della legge n. 80/2003.

La manovra del 2002 è tutta concentrata sulle detrazioni per i figli a carico, per un  importo di euro 516,46 per ogni figlio a carico, per i nuclei familiari con un reddito inferiore a 51.645,69 euro. La Finanziaria 2003, invece, anticipando la legge delega di riforma del Fisco, ha cambiato la tassazione delle persone fisiche che, in linea di principio, dovrebbe comportare un risparmio d’imposta per i redditi medio – bassi. Il principio sul quale si fonda la riforma è quella della no – tax area, vale a dire una quota di deduzione dal reddito imponibile.

Altri interventi in materia familiare sono stati:

-         il rifinanziamento dell’assegno per i nuclei familiari con almeno tre figli minori (articolo 65, legge 23 dicembre 1998, n. 448 – Finanziaria 1999) e dell’assegno di maternità di base (articolo 74, decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151), avvenuto attraverso il decreto legge 14 aprile 2003, n. 73, convertito nella legge 10 giugno 2003, n. 133;

-        le modifiche al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, in materia di tutela e sostegno alla maternità e alla paternità;

-        il Fondo per gli asili nido attivato con l’articolo 70 della Finanziaria 2002;

-        un Fondo di rotazione, previsto dalla Finanziaria 2003, di 10 milioni di euro e destinata a datori di lavoro che realizzano nidi nei luoghi di lavoro (articolo 91, legge 27 dicembre 2002, n. 289 – Finanziaria 2003);

-        il finanziamento alle giovani coppie per l’acquisto della prima casa e il sostegno alla natalità;  la legge Finanziaria 2003 ha stabilito la destinazione e il vincolo del 10% del Fondo Nazionale per le Politiche Sociali per le giovani coppie, l’acquisto della prima casa e il sostegno alla famiglia e alla natalità. Il Ministero, per il raggiungimento di questo obiettivo, ha trasferito alle Regioni e alle Province autonome 161 milioni di euro.

Gli interventi di natura economica a favore della famiglia hanno un impatto sulla povertà di natura diversa a seconda degli strumenti fin qui utilizzati.

Le detrazioni per carichi di famiglia sono destinate a tutti i cittadini soggetti all’Irpef che abbiano a loro carico il coniuge, uno o più  figli,  altri familiari. Queste detrazioni agiscono più incisivamente  sui redditi medio - bassi perché hanno importi decrescenti al crescere del reddito, chi però percepisce  redditi molto bassi – come accade per chi è al di sotto delle soglie di povertà - o deve pagare un’imposta inferiore all’ammontare delle detrazione di cui ha diritto (ad esempio 546 euro per il coniuge, più 1033 euro per due figli a carico, per un totale di 1.579 euro), cioè ha un reddito “incapiente”, non ottiene alcun beneficio da questo provvedimento. Un eventuale aumento delle  detrazioni  può dunque non corrispondere ad un aumento del beneficio per i soggetti con redditi molto bassi; in ogni caso, chi non percepisce redditi, come ad esempio i disoccupati non indennizzati  (che restano esclusi anche dagli assegni al nucleo familiare), resta totalmente escluso anche da questo strumento. Anche se le leggi Finanziarie del 2002 e del 2003 hanno aumentato le soglie di reddito escluse dall’imposizione e sono quindi andate incontro alle famiglie con redditi medio - bassi, il solo strumento delle detrazioni non intacca l’area della povertà e non può dunque sostituire la necessità di  erogare aiuti economici diretti ai nuclei familiari più poveri. Anche sul versante delle politiche familiari sarebbe peraltro necessaria una politica fiscale più incisiva,   che tenga specialmente  conto dei figli a carico – che come si è visto incidono in maniera determinante sul rischio di povertà - come accade in altri stati europei. Secondo i dati delle dichiarazioni dei redditi del 1998 (gli ultimi disponibili per effettuare queste stime) hanno usufruito delle detrazioni per il coniuge più di 5,4 milioni di contribuenti e delle detrazioni per i figli e altri a carico 10,1 milioni di contribuenti.

L’assegno per il nucleo familiare è al tempo stesso una misura  categoriale – in quanto ne beneficiano i lavoratori dipendenti, gli ex-dipendenti ed ora anche i parasubordinati – e una misura soggetta alla prova dei mezzi  perché l’erogazione dipende dallo stato di bisogno della famiglia e non solo dalla presenza di figli o altri componenti equiparate. Il contributo integra il reddito familiare quando è inferiore a determinati limiti e la sua misura varia sia in funzione del reddito che del numero dei componenti il nucleo familiare di colui che richiede l’assegno. Dopo un lungo periodo in cui le entrate per assegni familiari sono state destinate prevalentemente per finanziare i trattamenti pensionistici, dal 1994 si è avuto un rilancio dell’istituto attraverso l’aumento sia degli importi che del numero dei beneficiari, arrivando a distribuire interamente le entrate. Le modifiche introdotte negli anni Novanta  hanno peraltro creato anche un certo disordine nella struttura delle prestazioni. Gli aumenti sono stati decisi talora  a favore delle famiglie molto numerose, talora di quelle monoparentali e di quelle con soggetti inabili, con misure variabili a seconda dell’entità delle risorse messe a disposizione e senza un criterio univoco nel tempo. Il risultato è che gli importi degli assegni variano da nucleo a nucleo, da reddito a reddito, senza alcun riferimento a scale d’equivalenza, tanto che non risulta possibile definire con esattezza la logica entro cui si muove oggi l’istituto. Tra i beneficiari effettivi permangono un numero elevato di coppie senza figli minori (stimate in circa 1,5 milioni di unità), in coerenza con la natura propriamente assistenziale dell’istituto.

Ai due precedenti istituti si sono affiancati negli ultimi anni altri provvedimenti minori,  di carattere universale: l’assegno alle famiglie con almeno tre minori e l’assegno di maternità per le donne non lavoratrici; nei fatti l’assegno è erogato solo ai nuclei più bisognosi (selezionati attraverso l’Isee),  che non debbono avere un reddito superiore a 19.900 euro per una famiglia di 5 componenti. Per l’anno 2002, l’istituto degli assegni al nucleo familiare ha assorbito complessivamente circa 5,3 miliardi di euro di spesa, mentre le detrazioni fiscali per carichi di famiglia sono arrivate,  per effetto degli  incrementi degli ultimi anni, ad un ammontare pari a 9,6 miliardi di euro ; gli assegni per il terzo figlio e la maternità hanno raggiunto invece solo i 280 milioni di euro di spesa.

 

Diritto allo studio e riduzione della dispersione scolastica

 

Tra gli indicatori d’esclusione sociale adottati a livello europeo figura la popolazione senza titolo di studio o con la sola licenza elementare, ma anche la dispersione scolastica nella scuola dell’obbligo e, più recentemente, il tasso d’abbandono precoce dell’istruzione da parte dei giovani di 18-24 anni con titolo di studio inferiore al diploma di scuola secondaria superiore che non frequenta un corso di studio o di formazione professionale.  La dispersione scolastica consiste in una situazione di difficoltà o di rallentamento della carriera, che si manifesta nei  fenomeni della ripetenza e dell'abbandono. Mentre la ripetenza  coincide con la permanenza di uno studente nella stessa classe frequentata l'anno precedente, l'abbandono consiste nel lasciare la scuola prima della fine degli studi di un determinato ciclo intrapreso Le ripetenze registrano nella scuola elementare e nella  scuola media una costante e cospicua flessione a partire da metà degli anni settanta, il fenomeno tende però ad aumentare nella scuola secondaria a partire dagli anni ottanta. Nelle scuole medie inferiori 4,6 studenti su 100 frequentanti nei tre anni ripetono una o più classi; nelle scuole superiori ripete il 7,8% sul totale dei frequentanti nei cinque anni, con punte più elevate nelle classi d’inizio ciclo: 6,4% di ripetenti in prima media e 10,6% in prima secondaria.

Anche l’abbandono in senso stretto (iscritti mai frequentanti e interruzioni di frequenza non formalizzate) ha andamenti assai differenziati nel diverso ordine d’istruzione. Nella scuola elementare l’abbandono in senso stretto è pari allo 0,08% degli iscritti nei cinque anni di corso ed il fenomeno appare stabile da almeno dieci anni. Nei tre anni della scuola media l’abbandono è invece pari allo 0,33% degli iscritti. Il fenomeno risulta particolarmente pronunciato nel primo biennio della scuola secondaria superiore, con una incidenza complessiva del 12% degli iscritti al primo anno e del 4,9% degli iscritti al secondo anno. L'area dove si registra il maggior numero di drop-out è quella del Sud e delle Isole (36.969 abbandoni in prima superiore, pari al 28,2% del totale), seguita dal Nord (24.247 abbandoni in prima, pari al 20,9% del totale) e dal Centro che mostra dimensioni molto più contenute (11,1%, equivalenti a 13.037 abbandonanti in prima). La stessa graduatoria si ripete per l'abbandono scolastico nel corso della seconda classe (Sud e Isole: 11,7%, Nord: 8,1%, Centro: 5,2%). Lo studente che corre i maggiori rischi di abbandonare precocemente l’iter scolastico presenta, in pratica, il seguente identikit: è un maschio, del Mezzogiorno, iscritto al primo anno dell’istituto professionale. Il fatto che questi fattori di vulnerabilità siano costanti nel tempo, indipendentemente dalle leve scolastiche, fa propendere verso la conclusione che si tratti di un fenomeno strutturale su cui le politiche scolastiche debbono continuare ad intervenire, tenendo conto delle diverse cause scolastiche ed extra-scolastiche che lo contraddistinguono.

In via generale, il provvedimento legislativo più importante emanato in questo ambito è la legge n. 53/2003, che delega il Governo a definire una nuova normativa nel quadro dell’istruzione e della formazione professionale; la riforma punta, col coinvolgimento delle Regioni e degli Enti locali, a sviluppare un sistema educativo capace, attraverso percorsi flessibili e individuali, di sostenere e orientare i giovani, con l’obiettivo di favorirne, al temine del percorso di apprendimento, un più rapido inserimento nel mondo del lavoro. 

In termini più specifici, il più significativo intervento in corso per affrontare il problema della riuscita scolastica è la Misura 3 del “Programma Operativo nazionale” per la scuola (2000-2006). Tale misura ha come obiettivo l’attuazione di azioni di prevenzione e recupero della dispersione scolastica e di riduzione della marginalità sociale, graduate e differenziate secondo le caratteristiche dei soggetti e le condizioni di disagio sociale e culturale dei contesti familiari e territoriali di riferimento. Essa mira a recuperare all’istruzione tutti i soggetti in difficoltà, scolarizzati e non scolarizzati, riconoscendone i bisogni e gli interessi, valorizzandone le risorse intellettuali, relazionali ed operative, promuovendone le capacità ai fini di una migliore integrazione socioculturale e dell’occupabilità. La misura si rivolge a tutti gli allievi a rischio di dispersione - compresi gli alunni in situazione di handicap - sia per difficoltà di apprendimento di varia origine sia per situazioni di contesto socio ambientale, con particolare riguardo agli alunni dell’ultimo anno della scuola dell’obbligo e dei primi anni della secondaria superiore; a giovani che abbandonano precocemente l’istruzione (drop-out); ad appartenenti alle fasce deboli. Si attua prevalentemente nelle aree urbane degradate, ad alto tasso di devianza e criminalità giovanile, e nelle aree periferiche (montane, rurali, ecc.) contraddistinte da limitate opportunità culturali, formative e sociali. In base al quadro dei fabbisogni, identificati nel corso del Programma, sono state scelte come destinatarie degli interventi le seguenti regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia (regioni dell’Obiettivo 1).

 

Politiche del lavoro e riduzione  della povertà

 

Il  contrasto della povertà e dell’esclusione sociale della popolazione in età lavorativa (15-64 anni) passa in via principale attraverso lo sviluppo dell’occupazione. A questo fine possono essere rilevanti le politiche del lavoro attive e passive, in quanto svolgono funzioni preventive o riparative, specie quando intervengono su situazioni di disoccupazione prolungata, di natura congiunturale o strutturale. Queste politiche sono state ridisegnate dapprima nel Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia, presentato dal Governo nell’ottobre del 2001, e successivamente nel “Patto per l’Italia”, sottoscritto dal Governo e dai rappresentanti delle parti sociali ad eccezione della Cgil. Da ultimo sono state perfezionate nella Delega al Governo in materia di occupazione e mercato del lavoro (Legge 14 febbraio 2003, n. 30) definita "Legge Biagi" e dal  Decreto 10 settembre 2003, n. 276, che si propone tra l'altro, l’obiettivo di: a) garantire a tutti le medesime opportunità di accesso ad un’occupazione regolare;  b) innalzare il tasso di occupazione delle donne e, in generale, di tutte le categorie di persone a rischio di esclusione sociale; c) attuare misure specifiche per i lavoratori svantaggiati.

Il provvedimento presenta un insieme di norme rivolte ad assistere chi  cerca lavoro, potenziando la rete integrata dei servizi pubblici e privati; prevede interventi sul sistema formativo, reintroducendo il contratto d’apprendistato - anche nella prospettiva di una formazione in alternanza che raccordi i sistemi dell’istruzione e della formazione professionale - ed il contratto d’inserimento (ex contratto di formazione e lavoro), che si propone di adattare le competenze professionali degli aspiranti al lavoro a un determinato contesto lavorativo. Infine, prevede  incentivi finanziari per le assunzioni dei soggetti svantaggiati.

Per ragioni in parte legate al ciclo economico e in parte alle scelte programmatiche dei singoli governi, nel periodo1996-2002 si è assistito ad uno spostamento progressivo di risorse dal versante delle politiche passive del lavoro a quello delle politiche attive. L’inversione di tendenza è costante nel tempo, ma il sorpasso si compie solo nell’anno 2000, con effetti durevoli per il 2001 e solo in parte per il 2002.

Anche in rapporto al PIL il dato 2001 evidenzia una tendenza espansiva, ma nell’arco dei sette anni qui considerati si evidenzia una flessione dall’1,61% del Pil del 1996 all’ 1,37% del 2001. Le cifre ancora parziali disponibili per il 2002 sembrano evidenziare un calo considerevole della spesa per politiche attive (0,6% del PIL); in leggera ascesa sarebbero invece le politiche passive, che tornerebbero allo 0,63% del PIL, per  via dei prepensionamenti e d’un ulteriore incremento della spesa per trattamenti di disoccupazione.

Il trasferimento di risorse dalle politiche passive alle politiche attive ha contribuito positivamente ad avviare al lavoro centinaia di migliaia di persone altrimenti condannate a rimanere ai margini del mercato del lavoro se non escluse; i beneficiari delle diverse forme d’incentivazione dell’occupazione sono in effetti passati dalle 900 mila unità (nel 1996) a circa 1,8 milioni di unità (nel 2001), con andamenti però assai differenziati nelle singole tipologie di contratti agevolati. Rispetto al 2000, l’incremento in termini nominali è stato del 17,8% per le politiche attive e del 2,5% per le passive.

Decisamente in aumento sono stati nel 2000-2001 i beneficiari delle agevolazioni relative ai rapporti di lavoro a tempo indeterminato (passati da 173 mila unità nel 1996 a circa 580 mila nel 2001) - in linea con il più generale passaggio dal lavoro temporaneo a quello permanente registratosi nel corso del 2001-, nonché i beneficiari degli incentivi di stabilizzazione dei contratti a termine (da 64 mila a 103 mila), delle assunzioni a tempo determinato (da 27 mila a 58 mila), degli incentivi all’autoimpiego (da 4 mila a 13 mila unità); si sono invece ridotti i beneficiari degli incentivi al mantenimento dell’occupazione (da 360 mila del 1996 a 270 mila del 2001), destinati alle unità locali operanti nel Mezzogiorno.

Delle assunzioni a tempo indeterminato hanno usufruito soprattutto i residenti nel Mezzogiorno, grazie allo sgravio totale degli oneri a favore delle imprese. A risultare più avvantaggiate dalle politiche d’incentivo all’assunzione e all’autoimpiego sono stati soprattutto i giovani fino a 25 anni, tra i quali si registra, in effetti, una riduzione dell’incidenza della povertà nel biennio 2001-2002; sensibilmente meno coinvolti sono stati invece i soggetti occupabili con più di 49 anni, per mancanza di specifiche politiche di reinserimento.

Nel corso del 2002 il numero degli occupati è cresciuto di 315 mila unità, con un aumento dell’1,5% rispetto al 2001. Il tasso d’occupazione della popolazione con età compresa tra i 15 e 64 anni si è attestato al 55,4%, otto decimi di punto in più rispetto all’anno prima (1,9 punti percentuali in più rispetto a due anni prima). Favorevole è anche la performance occupazionale nelle classi dei 55-64 enni, che nella media dell’anno raggiungono un tasso d’occupazione pari al 28,9% (era 28% nel 2001 e 27,7% nel 2000), un livello che si avvicina agli obiettivi ribaditi nel vertice europeo di Barcellona (2002). Come accade da alcuni anni, la crescita dell’occupazione è derivata in misura prevalente dalla componente femminile, la cui variazione tra il 2002 e il 2001 è stata del 2,2% a fronte dell’1,1% di quella maschile.  Come già accaduto nel  2001, anche nel 2002 le regioni meridionali hanno registrato un risultato migliore di quello medio nazionale (+1,9% a fronte del +1,5% medio nazionale nel 2002, +2,7% contro +2,1% nel 2001), sembrerebbe dunque logico registrare segnali positivi sulla contrazione della  povertà relativa nel Sud. 

 

Dal reddito minimo di inserimento (Rmi) al reddito di ultima istanza (Rui)

 

Mentre era in via di elaborazione la legge quadro per le politiche sociali (328/2000) , la legge 449/97  ha introdotto in via sperimentale il reddito minimo di inserimento (RMI) con lo specifico intento di farne uno strumento di natura universalistica basata sulla prova dei mezzi per contrastare la povertà e l’esclusione sociale.  Alla prima sperimentazione limitata a 39 Comuni nel biennio 1999-2000 è seguita una seconda sperimentazione che ha coinvolto complessivamente 315 comuni che terminerà  di fatto  entro la prima metà del 2004. Il Governo attualmente in carica non ha inserito tra i suoi obiettivi la generalizzazione del RMI così come era stato previsto nella legge 328/2000,  tuttavia ha sottoscritto con le parti firmatarie del Patto per l’Italia (7 luglio 2002) l’adozione di una ulteriore forma di “reddito minimo” - chiamato Reddito di ultima istanza (RUI) – che nei fatti dovrebbe intervenire là dove non riusciranno ad arrivare le politiche per lo sviluppo dell’occupazione e per la redistribuzione del reddito su base fiscale. Il nuovo strumento – previsto nella legge Finanziaria per il 2004 e tuttora in fase di messa a punto - si basa sul cofinanziamento da parte dell'amministrazione centrale di programmi regionali finalizzati a garantire un reddito essenziale ai cittadini non assistiti da altre misure d’inserimento lavorativo o d’integrazione del reddito.

Al pari del RMI anche il RUI non potrà evitare i problemi connessi alla “prova dei mezzi” e alla disponibilità di risorse professionali ed economiche adeguate. In particolare, in quanto rivolto a soggetti in gravi condizioni di povertà e a forte rischio di esclusione sociale, anche il Rui non potrà limitarsi solo alle erogazioni monetarie, ma dovrà avvalersi di strumenti di assistenza e di accompagnamento sociale. Torna allora utile ripercorrere alcuni tratti caratteristici  dell'ex Rmi al fine di compiere dei passi in avanti  nella lotta contro la povertà nei suoi diversi aspetti culturali, economici, sociali.

Nel valutare l’esperimento del RMI  è opportuno distinguere tra il disegno teorico che lo sorregge, gli obiettivi specifici ad esso assegnati, i problemi gestionali concretamente incontrati, i risultati raggiunti in termini di (re)inserimento, da cui ci si attendeva principalmente le indicazioni per il futuro.

Il punto maggiormente controverso del RMI, che la sperimentazione non è riuscita a fugare, riguarda la validità e la sostenibilità delle misure d’inserimento, sia sul lato dei soggetti proponenti che dei soggetti beneficiari; malgrado alcuni segnali incoraggianti, il “tasso di fuoriuscita” dal provvedimento per effetto di un miglioramento della condizione di partenza è risultato in generale assai basso, lasciando aperti non pochi interrogativi sulla natura temporanea o cronica del provvedimento. Un significato parimenti controverso ha assunto il “tasso di opportunismo” registrato in corso d’opera, con livelli in alcuni casi preoccupanti e penalmente perseguiti.

Alle critiche mosse al RMI i suoi sostenitori hanno risposto che lo scopo specifico della misura era quella di contrastare la povertà (economica, culturale, relazionale), lasciando alle politiche del lavoro attive e passive il compito di incrementare le opportunità occupazionali. Se si adotta questo ragionamento – in sé condivisibile – si deve però anche accettare l’idea che, nella versione fin qui sperimentata, il RMI si è mosso anch’esso all’interno di una logica di “ultima istanza”, lasciando ad altri strumenti – attualmente ancora carenti – un ruolo propriamente preventivo e promozionale.

Una fonte non secondaria delle difficoltà gestionali del RMI derivano dalla necessità di evitare forme di adattamento passivo, che finiscono per perpetuare la dipendenza dal circuito assistenziale. La scelta di condizionare l’erogazione degli aiuti alla partecipazione a programmi d’inserimento rappresenta, sotto questo profilo,  un merito del disegno teorico, ma introduce anche il rischio del paternalismo da parte della mano pubblica. Non bisogna, infatti, ignorare che operare sul fronte della povertà implica spesso farsi carico di soggetti multiproblematici, che richiedono interventi personalizzati e tempi di “riuscita” non misurabili rispetto a standard preconfezionati. In altri termini, è realistico riconoscere che in molti casi il “(re)inserimento” sarà molto lungo o addirittura improbabile e che bisogna dunque mettere in preventivo che una parte degli investimenti sia (apparentemente) senza ritorno, a meno di non considerare come un valore in sé (e dunque anche come “utile”) un’opera di pura e gratuita solidarietà.

Per valutare l’efficacia delle misure di contrasto alla lotta alla povertà si deve guardare a tutti i segnali positivi che vanno: a) nella direzione dell’offerta incrementale di opportunità economiche altrimenti inesistenti; b) della responsabilizzazione individuale e della possibilità di esercitarla; c) della ricostruzione di reti sociali virtuose; d) della fuoriuscita dal circuito perverso dell’indebitamento, dello sfruttamento e della marginalità. Specialmente nelle forme più croniche di povertà assoluta, ogni intervento aggiuntivo non può che rappresentare una goccia salutare, né si può pensare che basti una singola misura “riparativa” per rimuovere le cause strutturali, culturali e sociali che generano queste forme di vulnerabilità ed esclusione sociale. Il criterio di riferimento  per il contrasto della povertà deve allora essere in primo luogo di tipo culturale e sociale perché è dall’investimento su queste dimensioni che può rinascere anche il senso della dignità e della responsabilità personale, che sono la molla di ogni spinta al cambiamento.

Nella logica di quanto indicato nel Patto per l'Italia, il RUI è una misura d’intervento che non può rientrare in una logica  di welfare "occupazionale" tale per cui viene data assistenza (più o meno adeguata) solo a chi ha già avuto precedenti esperienze lavorative. Le tutele vanno in questi casi legate ai classici "ammortizzatori sociali" per la disoccupazione di breve o di lungo periodo. Al pari del RMI, anche il RUI deve farsi carico della popolazione in età lavorativa esclusa dal mercato del lavoro per ragioni "involontarie", o a causa della strutturale mancanza di lavoro o a causa di condizioni soggettive (carichi familiari, inabilità, dipendenza, salute, marginalità sociale, ecc.) che rendono impossibile svolgere un lavoro "convenzionale", percependo un reddito sufficiente alle necessità personali o familiari del vivere quotidiano. In questa prospettiva, sembra logico che l'ammontare del RUI sia tale da "scoraggiare" il rifiuto di un reddito da lavoro, senza però escludere la possibilità d’integrazioni al minimo, là dove il RUI fosse l'unica forma di sostentamento della singola persona o del suo nucleo familiare. L'accertamento delle condizioni di accesso richiede idonei strumenti di verifica, ma anche la creazione di una anagrafe degli aiuti assistenziali in modo da ridurre l’opportunismo dei beneficiari e la discrezionalità degli erogatori.

Un’ultima questione controversa, ma per certi aspetti dirimente, riguarda il reperimento delle risorse necessarie per estendere il RUI  sull’interno territorio nazionale, anche nell’ipotesi che una parte del finanziamento sia a carico delle Regioni e che venga mantenuto il finanziamento di circa 25 milioni di euro destinato al RMI. In proposito, pare realistico pensare che anche questo strumento di contrasto della povertà passi attraverso una revisione strutturale della nostra spesa sociale, che rispetto agli altri partner dell’UE risulta notoriamente schiacciata sulla spesa pensionistica.

 

Le politiche per la terza età

 

Le principali politiche di lotta alla povertà degli anziani sono costituite in Italia da alcune prestazioni pensionistiche di carattere d’assistenza sottoposte alla prova dei mezzi. Gli istituti con queste caratteristiche sono l’assegno sociale – trattamento universale minimo garantito agli ultrasessantacinquenni che abbiano un reddito annuale inferiore a una certa soglia (pari nel 2002 a 4.557 euro annuali, ovvero 380 euro mensili) – e l’integrazione al minimo della pensione– corrisposta ai pensionati che abbiano maturato il diritto ad una pensione inferiore ad un determinato trattamento minimo definito dalla legge (5.105 euro annuali nel 2002, pari a 425 euro mensili) e anch’essa sottoposta alla prova dei mezzi. In entrambi i casi il trattamento consiste nell’integrare il reddito (nel caso dell’assegno sociale) o la pensione (nel caso dell’integrazione al minimo) fino alle soglie sopra specificate (rivalutate annualmente in linea con le variazioni del costo della vita). Insieme all’assegno sociale e alla pensione integrata al minimo viene corrisposta una maggiorazione sociale, differenziata a seconda dell’istituto (è più bassa nel caso dell’assegno sociale) e dell’età e del reddito del beneficiario La finanziaria per il 2002 è intervenuta sulla disciplina delle maggiorazioni sociali prevedendo che tutti i titolari di pensione (incluso l’assegno sociale e altre prestazioni assistenziali quali quelle legate all’invalidità civile) di almeno 70 anni (65 anni per i titolari di prestazioni assistenziali)  e con un reddito annuo inferiore a 6.713,98 euro (corrispondenti a 13 mensilità di 516,46 euro nel 2002, elevato a 525,89 euro per il 2003)  ricevano una maggiorazione sociale che permetta loro di raggiungere tale soglia, superiore alla linea della povertà relativa. Tale provvedimento ha potenzialmente l’effetto di creare, per gli ultrasettantenni, un pavimento uguale per tutti,  quali che siano le prestazioni previdenziali e assistenziali a cui si acceda.

L’articolo 38 della Finanziaria 2002 ha stabilito che tali maggiorazioni vadano a favore delle seguenti categorie (subordinatamente alla prova dei mezzi):

titolari di pensione a carico dell’assicurazione generale obbligatoria dei lavoratori dipendenti e dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti, mezzadri e coloni); titolari di pensione della gestione speciale per i lavoratori delle miniere, cave e torbiere; titolari di pensioni dei fondi esclusivi e sostitutivi dell’assicurazione generale obbligatoria; titolari di pensione sociale; titolari di assegno sociale; titolari di prestazioni assistenziali (invalidi civili, sordomuti e ciechi).

Per determinare il reddito si fa riferimento non solo al reddito soggetto all’Irpef, ma anche a quelli esenti (es. rendita Inail) o a quelli con ritenuta alla fonte (es. interessi bancari e postali), mentre non si tiene conto del reddito della casa d’abitazione.

Per effetto di tale riforma alcune fonti hanno stimato che circa 70 mila anziani sarebbero usciti dalla soglia della povertà.

Il Rapporto sulle strategie previdenziali (ottobre 2002) nota comunque che mentre al 1° gennaio 2001 il numero delle maggiorazioni sociali corrisposte era, nel sistema Inps, pari complessivamente a 440.735, al 1° gennaio 2002  il numero era salito nel complesso a 1.047.792 su un totale previsto a regime di 1,8 milioni di pensionati potenzialmente interessati al provvedimento.  Solo i dati finali sull’attuazione di questo provvedimento  - attualmente non ancora divulgati – consentiranno di compiere stime e valutazioni più attendibili.

Anche se non si può negare che a favore degli anziani siano stati compiuti progressi significativi nel corso dell’ultimo decennio, molta altra strada resta da compiere per debellare l'indigenza di chi attualmente gode solo di una pensione sociale. Oltre agli aiuti monetari vanno potenziati i servizi a favore dei soggetti non autosufficienti, destinati a crescere in ragione del costante innalzamento dell’età, con interventi che stimolino lo sviluppo  di servizi di cura e valorizzino il ruolo delle responsabilità familiari

 

Le politiche per l’immigrazione: il caso dei minori

 

La crescita della popolazione extracomunitaria rappresenta uno delle sfide epocali con cui si sta confrontano l’Unione europea e rappresenta anche uno dei più significativi banchi di prova della capacità di inclusione nel sistema dei diritti di cittadinanza europei e di integrazione culturale e sociale tra popoli e culture differenti.

La popolazione straniera legalmente residente in Italia è più che raddoppiata rispetto alla situazione registrata dieci anni fa (649.000 permessi al 1 gennaio 1992); agli aumenti della presenza straniera determinati dai diversi provvedimenti di regolarizzazione succedutisi negli anni Novanta si è accompagnato un ulteriore incremento dovuto ai flussi di ingresso per ricongiungimento familiare. I dati ufficiali più recenti relativi ai permessi di soggiorno rilasciati a stranieri in Italia risalgono al 1gennaio 2002: la presenza complessiva ammonta a 1.362.630 stranieri. La cifra è inferiore alla situazione di fatto anche per effetto dei processi di regolarizzazione in corso di completamento.

La legge 189/2002 (detta “Bossi-Fini”) e il successivo decreto legge n. 195 del 9 settembre 2002, convertito in legge n. 222/2002, hanno modificato la normativa precedentemente in vigore. Le nuove norme  consentono di rilasciare il permesso di soggiorno solo allo straniero che ha già un contratto di lavoro, mentre hanno abolito la figura dello sponsor prevista dalla precedente normativa. Le nuove norme hanno comunque consentito la regolarizzazione di rapporti di lavoro subordinato instaurati di fatto da datori di lavoro italiani con cittadini extracomunitari privi di permesso di soggiorno a condizione che i lavoratori stranieri risultassero occupati nei tre mesi precedenti all’entrata in vigore della legge (settembre 2002). Facendo ricorso a tale possibilità, sono state presentate nel 2003 più di 700.000 domande di regolarizzazione di lavoratori extracomunitari. Pur essendo la fonte ufficiale primaria per la valutazione delle presenze regolari, i permessi di soggiorno non permettono di cogliere la reale entità della presenza dei minori stranieri in Italia, perché i minori di 14 anni, per legge, non sono titolari di un permesso di soggiorno autonomo, ma sono iscritti in quello di uno dei genitori. La presenza di minori stranieri in Italia è attualmente stimata attorno alle 300.000 unità.

La nuova legge contiene anche nuove disposizioni per quanto riguarda i minori non accompagnati da parenti ed ammessi per almeno tre anni ad un progetto d’integrazione sociale e civile di un ente pubblico o privato, i quali potranno avere il permesso di soggiorno al compimento dei 18 anni. A tale data,  l'ente gestore del progetto deve provare che il minore si trova in Italia da non meno di quattro anni, ha seguito il progetto d’integrazione da non meno di tre, ha una casa e frequenta corsi di studio oppure lavora, ovvero è in possesso di un contratto di lavoro anche se non ha ancora iniziato l' attività. Questa norma sta incontrando innumerevoli problemi d’ordine interpretativo ed attuativo a causa di un vuoto legislativo contenuto nella stessa legge e a seguito dell’interpretazione restrittiva della Legge 184/83 che disciplina l'adozione e l'affidamento dei minori, con il rischio che – malgrado vengano rispettati una serie di adempimenti – al compimento della maggiore età il giovane immigrato possa essere espulso.

 

Il Piano di Azione Nazionale contro la povertà e l’esclusione sociale 2003-2005

 

In linea con gli accordi europei adottati nel Consiglio europeo di Lisbona (2000) e dei successivi vertici, il 31 luglio del 2003 il Consiglio dei Ministri ha approvato il  Piano di Azione Nazionale contro la povertà e l’esclusione sociale 2003 – 2005 (PAN/inclusione), ove sono definite le priorità di azione per il prossimo triennio, comprendenti:

Politiche in favore della famiglia e della natalità

Oltre alle misure già elencate nel Libro Bianco sul Welfare, il PAN prevede l’ulteriore riduzione dei carichi fiscali delle famiglie, il sostegno del lavoro di cura svolto dalla famiglia nell’assistenza dei propri componenti, lo sviluppo della rete di servizi per la famiglia.  

Misure per il sostegno alle persone con disabilità

Il Governo intende realizzare  una serie d’iniziative per colmare alcune lacune nella legislazione attuale. In questo ambito sono comprese misure quali l’estensione al coniuge del congedo biennale per gravi motivi e l’eliminazione, o quantomeno la riduzione, del periodo di attesa per beneficiare di tale congedo da parte dei genitori di minori. E' previsto inoltre lo sviluppo di forme di partenariato e di cofinanziamento  con gli Enti locali per l’attuazione dei progetti di rete realizzate con il Terzo settore nell’ambito dell’aiuto alla disabilità. Il Governo si impegna anche: a) ad aumentare il numero dei disabili inseriti nel mondo del lavoro, sviluppando anche forme di autoimprenditorialità, per le quali sarà istituito un apposito Fondo di euro 5.500.000; b) a sviluppare i servizi per le persone con disabilità e  a migliorare l’accesso di costoro alle  nuove tecnologie.

Politiche di lotta alle povertà estreme

Gli obiettivi sono la riduzione delle persone in situazioni di povertà estreme, l’aumento dei servizi a livello locale in favore di questi soggetti e la necessità di rendere “socialmente visibili” i senza fissa dimora.

Interventi per contrastare la non autosufficienza

Il Governo intende rafforzare gli interventi  in favore delle persone non autosufficienti attraverso un nuovo sistema d’organizzazione dei servizi e d’integrazioni delle prestazioni. In questo quadro anche in coerenza con quanto affermato nel Libro Bianco, intende sviluppare l’integrazione tra servizi sociali e servizi sanitari, promuovere l’assistenza domiciliare, sviluppare la rete delle strutture residenziali e semiresidenziali, favorire la diffusione e l’accessibilità delle nuove tecnologie.

Politiche attive di lavoro e di pari opportunità

Il Governo intende promuovere e sostenere tutti gli strumenti utili ad assistere l’individuo nel suo inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro. Gli obiettivi che intende perseguire sono l’aumento del tasso di occupazione delle donne e degli over 55 (in particolare nel Mezzogiorno),  l’emersione del lavoro nero e l’incoraggiamento ai processi di adattabilità e mobilità; ritiene inoltre necessario sviluppare la formazione continua.

Interventi contro il disagio minorile e a favore delle fasce deboli

In quest’ambito è stato predisposto il Piano Nazionale di azione e di interventi per la tutela dei minori 2002 - 2004. Sono previste inoltre iniziative a favore del reinserimento, non solo lavorativo ma anche sociale, di soggetti marginalizzati quali i detenuti, i tossicodipendenti, gli immigrati.

 

Tratto dal sito www.welfare.gov.it