Lavoro e Terzo Settore
Crescente è l'attenzione rivolta al cosiddetto Terzo Settore.
Molteplici sono le iniziative promosse nel tempo, ai diversi livelli, da molteplici istituzionali e non tese ad analizzare tale realtà, ad evidenziare le diverse, rilevanti problematiche connesse, a prospettare diverse possibili soluzioni. Generalizzata è la consapevolezza della complessità e dell'articolazione di tale soggetto (a partire dal diverso rapporto di molte delle sue componenti con il mercato) e la sottolineatura della necessità di valorizzare, anche legislativamente, il dato di pluralità presente. In tale direzione si pone la questione della legge sull'associazionismo di promozione sociale, da affiancare a quelle già presenti relativamente al volontariato ed alla Cooperazione Sociale.
Centrale è il ruolo da più parti attribuito al Terzo Settore ai fini dell'affermazione di una nuova fase della vita democratica del paese, di un processo di riforma dello Stato Sociale fondato sui concetti, pur rinnovati, di solidarietà e di universalità. Ciò nella consapevolezza e nella condivisione delle scelte di riforma dell'ordinamento statuale ed istituzionale che, nell'ottica dell'intangibilità dell'unità nazionale, vengono sottolineate e che evidenziano come occorradare concretezza al controllo democratico, alla riforma della politica in chiave di autogoverno e, quindi, al decentramento istituzionalmente, amministrativo e finanziario che ponga l'Ente Locale quale interlocutore e tutela dei cittadini relativamente alla tipologia, al funzionamento ed alla qualità dei servizi erogati.
In relazione a ciò è sottolineato l'obiettivo di affermare una realtà di mercato costituita da un diverso più ampio rapporto tra offerta (imprese che producono servizi sociali) e domanda (utenti, singoli od associati, che si avvalgono, anche partecipando, dei servizi offerti da queste).
E' in tale ottica che il Terzo Settore è visto come soggetto che può affermarsi capace di mobilitare risorse, suscitare bisogni inespressi della società civile rispondendo ai quali può contribuire a determinare risposte concrete al grave problema occupazionale presente nel Paese, non surrogando semplicemente la gestione pubblica come in gran parte oggi avviene. Perché questo avvenga in modo positivo è necessaria una manovra globale di regolarizzazione e sostegno della crescita del terzo settore, di cui la normativa fiscale contenuta nel decreto 460 sugli Enti non commerciali e le ONLUS è soltanto il primo passo. Una manovra di stimolazione della domanda pagante di servizi, di estensione alle imprese sociali, delle incentivazioni previste per le PMI, di miglioramenti delle condizioni di accesso al credito e di sostegno ai circuiti di finanza etica, di definizione di un nuovo status dell'impresa sociale che non può restare compreso solo nella dimensione della cooperativa sociale.
Ridefinire il progetto e le forme della presenza pubblica nel contesto considerato è da più parti sottolineati come condizione perché sia garantita l'affermazione di un Terzo Settore coerente con le finalità dichiarate.
E' attribuita al soggetto pubblico, in particolare nell'ambito di un processo di riforma delle politiche che attengono allo Stato Sociale, ai servizi, un'innovata capacità di orientamento, di governo, di controllo, di gestione.
L'obiettivo è un nuovo rapporto tra soggetto pubblico e soggetto privato, nelle sue diverse articolazioni (profit non profit), un nuovo rapporto tra i diversi soggetti gestori, che sottolinei, valorizzi il dato di integrazione, di complementarietà, entro un quadro di programmazione generale che abbisogna di un assetto legislativo ben più adeguato dell'attuale (a tal fine si sottolinea come improcrastinabile la legge quadro sull'assistenza).
E' sottolineata l'esigenza della costruzione di un assetto regolamentare che, per contesto di intervento, determini un complesso di riferimenti atto a favorire la formazione di un mercato qualificato e trasparente, caratterizzato da regole e finalità che derivino da interessi generali, che rispettino condizioni di uguaglianza nelle opportunità e nei diritti.
L'obiettivo è quello della costruzione di precise regole di mercato, nella consapevolezza dell'affermarsi di un mercato pubblico dei servizi sociali, più in generale in relazione ad un libero mercato dei servizi sociali quale quello che si configura. Si pone, nella sostanza l'esigenza della costruzione di un quadro di regole funzionale all'affermazione di un mercato orientato al sociale, che sappia coniugare la cultura della solidarietà con quella della impresa, sottolineare il vincolo comune all'efficienza ed all'efficacia, che superi il carattere di strumentalità che sovente connota il rapporto tra i diversi soggetti coinvolti, che contrapponga alla mera logica economica, del risparmio rapporti centrati sulla qualità della risposta.
In tale ottica è quello della qualità, nella consapevolezza che nel contesto dei servizi alla persona, molti aspetti, soprattutto quelli relazionali, sono di difficile misurazione, una questione centrale, da assumersi quale criterio informatore, ponendo quindi al centro l'utenza di riferimento, il soddisfacimento dei bisogni che esprime.
Il tema della qualità del servizio non può prescindere dalla qualità del rapporto tra i diversi soggetti coinvolti ed è quindi necessario giungere alla costruzione di regole di mercato che chiamino tutti a rispondere in funzione del ruolo ricoperto e che, evidenziando il dato di responsabilità di ciascuno e favorendo reali forme di controllo, anche sociale, sappiano affermare parimenti rapporto tra gli stessi in grado di evidenziare una dimensione comune di intervento su molti degli aspetti del processo concernente i servizi considerati. E' in tale contesto che può essere affrontata la sperimentazione e la pratica di forme nuove di rapporto oltre la dimensione consolidata degli appalti e/o delle convenzioni, che si pongono questioni di grande rilevanza quali la coprogettualità, la sussidarietà. E' nel rapporto organico, definito, governato tra qualità, responsabilità e controllo (a tal fine si sottolinea la necessità, in capo alla Pubblica Amministrazione, della definizione di modalità e figure professionali a ciò deputate, la valenza delle forme organizzate dell'utenza) che è possibile rendere il mercato dei servizi sociali che si configura un ambito di investimento che pone al centro i bisogni della persona, la dimensione sociale.
Gli Enti titolari dei servizi, in prima persona responsabili della qualità delle prestazioni rese ai cittadini, sono e devono essere chiamati alla costruzione di rapporti con i diversi soggetti privati, con il Terzo Settore, coerenti con ciò. Per affermare l'insieme di tali funzioni occorre acquisire non poco, soprattutto nell'ambito della Pubblica Amministrazione, in termini di competenze e risorse e centrale si evidenzia, ancora una volta, l'avviato processo di riforma della stessa.
La questione della qualità non può non essere strettamente collegata, soprattutto in una fase come l'attuale, a quella delle risorse. Diviene quindi centrale la questione del come valutarla in termini equilibrati in rapporto al costo dei servizi, al fine di non penalizzare l'efficacia dell'intervento pur mantenendone l'economicità a livelli accettabili.
Nel contesto del mercato dei servizi pubblici, nel corso di questi anni, si sono manifestati cambiamenti rilevanti, soprattutto per quanto riguarda il tema della individuazione dei soggetti contraenti. Si è passati, in diversi casi, da criteri più o meno informali a criteri e procedure di tipo concorsuale e formale, di fatto maggiormente trasparenti. Il quadro di riferimento è tuttavia ancora in gran parte insufficiente, inadeguato al raggiungimento degli obiettivi richiamati. E' da tempo avviata la riflessione su quale tipo di strumento sia più appropriato per l'individuazione del soggetto gestore nel contesto dei servizi alla persona. Non è più rinviabile la determinazione di una precisa metodologia al riguardo ed in tale contesto diviene centrale la definizione di un adeguato capitolato di appalto (capitolato-tipo), di un adeguato rapporto convenzionato (convenzione-tipo), più in generale il superamento della pratica della gara al massimo ribasso a favore dell'assunzione della logica dell'offerta economicamente più vantaggiosa.
Questa pratica è stata sinora uno dei principali fattori di inquinamento delle imprese sociali e del mercato dei servizi sociali e un fattore di deresponsabilizzazione dei governi locali rispetto alla qualità dei servizi e alla efficacia della loro organizzazione.
In relazione a ciò si sottolinea da più parti la necessità di pervenire ad un assetto confacente, ad una regolamentazione che affermi vincoli certi ed è sottolineata come possibile ed opportuna una specifica legislazione.
La costruzione delle regole di mercato deve essere considerata parte integrante del processo di riforma dello Stato Sociale e deve coinvolgere tutti i soggetti interessati (pubblico, privato profit, Terzo Settore).E' necessaria pertanto vada sconfitta quella che allo stato è ben più di una ipotesi, ossia la formazione di un mercato che caratterizzi il Terzo Settore come ambito di mero subappalto di prestazioni lavorative, come realtà, comunque a basso costo. In alternativa il rischio è quello di scindere il sistema dei servizi: un ambito ristretto di attenzione ed interesse alla qualità delle prestazioni, di contro ad un vasto ambito dominato dal solo criterio della economicità; già oggi si evidenziano pericolosi divari sul piano della qualità dei servizi, della attenzione al soddisfacimento delle esigenze espresse dall'utenza, delle risorse a ciò finalizzate.
Non vi è dubbio che nel contesto del dibattito che ha investito ed investe il Terzo Settore il tema della valorizzazione, della tutela del lavoro è rimasto in gran parte in ombra se non, in diversi casi, addirittura affrontato con sospetto, considerato come estraneo. In tale contesto si sottolinea infatti il permanere, addirittura per interi ambiti, dell'assenza di qualsiasi regolazione contrattuale del lavoro o, anche quando questa è presente, l'esistenza di trattamenti di base fortemente differenziati, anche per un lavoro analogo, nel medesimo contesto. Un caso emblematico a riguardo di tale situazione è quello rappresentato dalla realtà cooperativa socio – sanitaria – assistenziale -educativa cooperazione sociale. Ciò in diversi casi in virtù di una concezione ed una pratica del rapporto tra società cooperativa e socio-lavoratore che contraddice il dato della partecipazione, della democrazia di impresa dichiarata come fondante e che ha evidenziato ed evidenzia, come sottolineato dalle stesse Centrali Cooperative e dal movimento sindacale, l'urgenza di un nuovo assetto giuridico della figura del socio-lavoratore, più in generale della ridefinizione del senso, del ruolo e della finalità della cooperazione. E' presente un serrato confronto in merito nel nostro paese al quale occorre prestare la massima attenzione. Si sottolinea come necessaria una scelta in grado di affermare un corretto equilibrio tra la dimensione di soggetto gestore di impresa e di soggetto prestatore d'opera che è propria della figura del socio-lavoratore, una scelta che non può non poggiare su un corretto uso della strumento contrattuale, peraltro già presente, e su modelli articolati ed innovativi di rappresentanza, più in generale su una chiara definizione del complesso dei diritti e dei doveri di riferimento.
Nell'ambito cooperativo considerato si pone anche la questione della tutela previdenziale del socio-lavoratore che in molte realtà risulta essere ancorata ai valori ed ai periodi medi convenzionali derivanti dal DPR 597/55 e, quindi, inferiore a quella definita per i lavoratori dipendenti. Una situazione, questa, che si ritiene necessario superare giungendo, pur con gradualità, ad assumere la retribuzione di fatto come base per la contribuzione ai fini previdenziali, consolidato, per questa sia, la scelta della unificazione dell'intero mondo del lavoro, con ciò che ne consegue, quale parte integrante dei processi di riforma in materia previdenziale affermatasi.
Su questo punto un passo definitivo lo sta compiendo la Commissione Zamagni sul socio-lavoratore istituita presso il Ministero del Lavoro. L'obiettivo deve essere la definizione di meccanismi di assoluta trasparenza nei rapporti di lavoro, nel rispetto pieno dell'identità della cooperazione sociale. Ed anche a questo fine va nettamente separata la pratica dei lavori socialmente utili dallo strumento delle cooperative sociali la cui commissione forzata e indebolita può portare a pericolosi fenomeni di inquinamento come è risultato ancora recentemente a Palermo.
In coerenza con le considerazioni su esposte si rimarca l'esigenza di affermare concretamente quanto necessario ad una piena e puntuale valorizzazione e tutela del lavoro per come si esprime, laddove si esprime.
Le condizioni di lavoro, retributive, professionali, i diritti dei lavoratori debbono e possono essere assunti come aspetti che qualificano, valorizzano il Terzo Settore, un dato distintivo delle sue componenti, in primo luogo di quella particolare forma di impresa, definita Impresa Sociale, che si dichiara fondata sulla partecipazione e che trova nella Cooperazione Sociale una naturale ma non esaustiva concretizzazione.
La definizione di un nuovo status legislativo dell'impresa sociale è divenuta priorità da introdurre rapidamente nei lavori parlamentari. L'obiettivo di un mercato sociale trasparente ed efficace, cosi come la difesa delle caratteristiche e delle prerogative della cooperazione sociale così come definita nella legge 381. Ormai, nella realtà diverse forme di impresa sociale si muovono sul mercato in modo duttile e funzionale. Forme diverse che vanno riconosciute e che possono contribuire ad allargare e potenziare il mercato sociale facendovi affluire anche soggetti diversi dalla cooperazione sociale e contribuendo così alla qualificazione degli uni e degli altri.
Non può essere attribuito alla Impresa Sociale un valore a prescindere dalla reale affermazione dei dati dichiarati come fondanti. Non è sufficiente sottolineare la non redistribuzione degli utili, il loro reinvestimento per poter parlare di Impresa Sociale.
Regole di governo dell'impresa, finalizzate ad una reale partecipazione ai diversi processi che la caratterizzano è ciò che occorre affermare. L'Impresa Sociale deve connotarsi concretamente come luogo di sperimentazione, di sviluppo di un sistema di relazioni democratiche, partecipate. La Impresa Sociale può e deve divenire effettivamente un luogo ove si esprime qualità dei rapporti, delle relazioni, dei processi, del lavoro.
Luogo di partecipazione e di integrazione sociale allo stesso tempo.
Occorre operare al fine della creazione di condizioni interne ed esterne atte a poter fare svolgere all'Impresa Sociale il ruolo sottolineato, sia in rapporto alle Istituzioni, attraverso lo strumento della programmazione delle politiche a ciò funzionali, sia in rapporto agli altri soggetti di riferimento, facendo i conti con la complessità della realtà entro la quale si colloca. Rafforzare l'identità della Impresa Sociale, della Cooperazione Sociale, una identità ricondotta ad un preciso sistema di valori, alla particolare utenza di riferimento, si sottolinea come necessaria.
Costruire regole, affermare comportamenti, raggiungere risultati finalizzati all'elevamento della qualità sociale impongono scelte precise. Si guarda con grande interesse, per la sua alta valenza, al codice della Cooperazione Sociale, al percorso qualità che va sempre più sottolineandosi nell'ambito di tale realtà.
La valorizzazione dell'autonomia e della creatività imprenditoriale, della dimensione partecipativa ed autogestionaria (a tal fine appare assai più favorevole ed opportuna la impresa di piccola dimensione), la valorizzazione del vincolo della qualità sociale, del ruolo dell'utenza (anche attraverso il suo coinvolgimento in forme di partecipazione ai servizi, che evidenzia la necessità di un forte radicamento territoriale dell'impresa) sono elementi assai rilevanti in ordine al tema di un nuovo assetto di Stato Sociale, di un nuovo tessuto sociale.
Porsi l'obiettivo, in tale contesto, della tutela e della valorizzazione del lavoro evidenzia come occorra prendere atto della necessità di strumenti regolatori dei rapporti, dei conflitti che, inevitabilmente, comporta il permanere, anche all'interno di tale contesto, anche nell'ottica delineata, di una divisione di ruoli, di competenze. Il punto è considerare i conflitti, in tale contesto, un elemento arricchente, di stimolo alla ricerca di sempre più avanzati e funzionali equilibri.
Da diverse, autorevoli parti si è sovente teorizzato e si teorizza di un possibile scambio tra la partecipazione delle addette e degli addetti agli obiettivi, agli indirizzi ed alle finalità della Impresa Sociale e le condizioni normative ed economiche rivoltegli.
Occorre ragionare quindi nel merito, degli strumenti a ciò necessari, dei limiti che non possono essere valicati. In considerazione di ciò, ma anche al fine di determinare la necessaria regolamentazione del mercato di riferimento, si sottolinea la centralità dello strumento contrattuale (del resto già oggi fortemente presente) relativamente all'insieme delle realtà del Terzo Settore considerate.
Quella del processo di contrattualizzazione coinvolgente realtà ascritte al Terzo Settore è questione complessa, problematica, che risale alla fine degli anni '70, ai primi anni '80, essenzialmente rivolta al considerato contesto socio – sanitario – assistenziale - educativo e di inserimento lavorativo. E' un processo che ha finito con il coinvolgente circa 200.000 addette ed addetti sui circa 250.000 presenti, ossia oltre l'80% (comprendendo in tali quote anche la cosiddetta "platea di riferimento", ovvero l'insieme delle realtà gestionali che, pur non risultando tra le sottoscrittrici dei diversi contratti, li utilizzano per governare i rapporti di lavoro).
Anche se ogni esperienza contrattuale tende a rapportarsi a quelle che l'hanno preceduta, nei singoli contratti definiti si riscontra una forte sottolineatura delle specificità che sono proprie delle singole realtà sottoscriventi e, in considerazione dell'insieme di queste, della specificità propria del Terzo Settore.
Le esperienze sin qui sviluppatesi si sono imposte non solo quale risposta alle molteplici aspettative delle addette e degli addetti, ma anche in considerazione della rilevanza che assumono le scelte contrattuali in ordine al contesto entro il quale si colloca la realtà considerata.
Tutti i diversi soggetti del Terzo Settore, con i quali sono stati definiti i CCNL, hanno posto e pongono la questione di precise regole di mercato e sottolineano la necessità di una piena e puntuale applicazione dei CCNL come parte integrante delle stesse (il costo del lavoro rappresenta la parte più consistente del costo complessivo) affermando che dalla gestione dei servizi in appalto e/o convenzione debbono essere escluse le realtà che vi contravvengono (evidente, derogandovi, la situazione di dumping che viene a determinarsi).
E' quella della sottolineatura della necessità dell'applicazione dei CCNL una scelta presente anche in non poche legislazioni regionali in materia (discendenti in gran parte dalla legge 9 Novembre 1991 "Disciplina delle Cooperative Sociali") alla quale però di contro è sovente presente un orientamento diffuso della Pubblica Amministrazione a cercare nel rapporto con i soggetti del Terzo Settore solo il massimo risparmio ed un atteggiamento non coerentemente contrastante tale tendenza da parte di molti dei soggetti gestori coinvolti, che determina il prevalere di condizioni che favoriscano la concorrenzialità al massimo ribasso, già precedentemente denunciata, con il risultato di penalizzare le realtà che più di altre hanno operato nel corso di questi anni al fine di elevare sia la risposta data alla utenza di riferimento che le condizioni alle quali sono sottoposte le addette e gli addetti.
Si palesa inoltre la concorrenzialità di realtà del settore considerato nei confronti di altri soggetti operanti in altri contesti di mercato già regolamentati da proprie normative e contratti, con effetti destabilizzanti.
I CCNL vanno quindi proposti ed assunti come una sorta di soglia minima sotto la quale non si deve, non si può andare. Così come è utile pensare ad un quadro unitario ad integrato a livello nazionale dei CCNL del Terzo Settore e del non profit operante nel campo dei servizi alle persone attraverso la definizione sempre più omogenea di una parte economica e normativa e la valorizzazione delle diverse specificità. Un Quadro contrattuale unitario è importante e urgente e per raggiungerlo è necessario definire i necessari meccanismi di gradualità che consentano l'emersione del sistema delle prestazioni di lavoro che è la principale risorsa di questo comparto e, nel contempo, favoriscono, riconoscendole, l'interpretazione delle diverse forme contrattuali.
Tale scelta è sottolineata anche come funzionale al fine di far uscire dai denunciati rischi di marginalità e di marginalizzazione tale ambito del Terzo Settore, favorendone le tendenze a porsi come realtà qualificata e qualificante, a combattere la già denunciata scelta di considerarla e viverla come facile scorciatoia per la massima ed acritica riduzione dei costi, come mera economicità di esercizio, una sorta di secondo mercato del lavoro precarizzato, non tutelato. Si combatte anche così il rischio di destabilizzare il sistema dei servizi pubblico e privato oggi consolidato.
Non si è dubbio che tale ipotesi va valutata attentamente per le sue implicazioni, di carattere generale e particolare, nonché in relazione alle molteplici problematiche con le quali è chiamata a misurarsi, ma è altrettanto indubbia la centralità che il processo di ricomposizione contrattuale, di contrattualizzazione assume. Di certo la dimensione del lavoro nel terzo settore e nei servizi alla persona non può essere ridotta e compresa nelle problematiche derivanti dai cosiddetti "Lavori atipici" o "nuovi lavori". La qualità specifica delle "nuove professionalità" nei servizi di "relazionalità" o "prossimità" e la specificità delle forme di impresa e delle forme contrattuali che le esprimono e che ancor più dovranno esprimerle, non consentano in alcun modo una tale semplificazione. Ciò è purtroppo ancora poco chiaro nel dibattito politico, legislativo e sindacale, ma porta con sé una grave errore di lettura delle realtà e delle sue esigenze che va rapidamente rimosso.
D'altra parte, occorre indubbiamente consapevolezza circa il fatto che il fattore lavoro è fortemente interdipendente dalla concreta capacità di costruzione di regole complessive. E' evidente che una definizione contrattuale, a maggior ragione con tali caratteristiche, non può non trovare riscontro nel rapporto convenzionato e/o di appalto tra realtà gestionali del Terzo Settore ed Istituzioni, nella politica programmatoria di queste. Non vi è dubbio che le regole interne al Terzo Settore e le regole esterne concernenti l'ambito entro il quale lo stesso si colloca sono condizioni essenziali per poter affermare una imprenditorialità sociale all'altezza dei bisogni che si pongono ai diversi livelli. E' in tale contesto che va posta la questione del corretto rapporto tra lavoro e volontariato.
Temi, questi, che non debbono essere confusi anche in quanto derivanti da concezioni etiche diverse e da assetti legislativi specifici, come spesso oggi invece accade finendo con il generare anche fenomeni quali il lavoro nero, con ciò che vi è collegato, ivi compresa la messa in discussione di livelli occupazionali consolidati, negando, nei fatti, l'affermazione di un assetto sociale equo e garante di opportunità quale quello rivendicato. Abbiamo più volte parlato del volontariato come formidabile risorsa da valorizzarsi, ciò deve avvenire essenzialmente in una dimensione di integrazione e non di sostituzione degli assetti gestionali necessari a rispondere ai bisogni che si evidenziano.
Per ultimo una questione fondamentale: l'autogestione, la rappresentanza dei lavoratori, il sindacato. A fronte della richiesta di una giusta trasparenza nei rapporti di lavoro nel terzo settore e nel non profit il sindacato marca una grave difficoltà nella lettura delle caratteristiche e delle potenzialità di quest'area di soggetti sociali. Anziché aprire ad una stagione di espansione della sindacalizzazione, di sperimentazione di forme innovative della rappresentanza del lavoro e di nuova alleanza tra soggetti sociali, si rischia di arrivare ad un dissaldamento tra l'azione sindacale e la vitalità e la domanda di protagonismo in particolare delle organizzazioni di terzo settore. C'è il rischio che prevalga la tendenza ad imporre uno schema rigido di relazioni sindacali e non quella a generare nuovo sindacato e nuova rappresentanza del lavoro. C'è bisogno di un confronto più aperto che da un lato salvaguardi il terzo settore dall'essere nei fatti veicolo di marginalità e di deregolazione del lavoro e dall'altro consigli al sindacato di aprire una riflessione compiuta sui nuovi mercati sociali, sull'impresa sociale e il movimento autogestionario nel cambiamento del welfare, sulle politiche sociali attive che dovranno caratterizzarlo e sulle professionalità e le nuove forme di lavoro che si affermeranno e a cui potrà essere data rappresentanza sindacale solo sperimentando nuovi strumenti e meccanismi.
Se non vi sarà questo confronto aperto il rischio è che le difficoltà diventino conflitto di ruoli e di interessi o che il tutto si trasformi al contrario in rapporti strumentali come pare essere il disegno della "Grande CISL". Tutto questo può accadere nel vuoto di un progetto che sappia dare lettura e prospettiva ad una realtà in carne ed ossa che oggi vive nello sforzo di riforma del welfare e nella crescita di ruolo, di forza e di autonomia del terzo settore. La vischiosità dei vecchi collateralismi e dei vecchi e nuovi assistenzialismi è costantemente in agguato e può ancora condizionare in negativo il circuito virtuoso che il terzo settore ha affermato in questi anni, pur tra tanti limiti, nella società italiana.
La CGIL, la Lega delle cooperative e la sinistra italiana debbono riflettere più attentamente su questo scenario e agire con minore paternalismo e maggiore carica progettuale su questa realtà viva della partecipazione, del lavoro e dell'azione pubblica nel nostro paese.
I democratici di sinistra vogliono contribuire al rilancio di questo confronto, di questa politica aperta di rafforzamento del movimento democratico e riformare nel nostro paese.